martedì 10 febbraio 2009

Nuova Avventura 2009

Da qualche giorno potete vedere dal banner sopra che si è avviata la macchina organizzativa per la nuova spedizione di quest’anno.........adesso che sembra definitivo possiamo ufficializzare che questa volta l’obbiettivo è in Kyrgyzstan e si chiama Pik Lenin (7.134 m)

........Seguiteci in questa nuova avventura e lasciateci commenti, impressioni, consigli, critiche, insomma tutto quello che vi viene in mente!!......

Prossimamente vi aggiorneremo su come procede la frenetica organizzazione (visti, biglietti, materiale, permessi, ferie, preventivi, servizi, peso bagagli.....)

...e speriamo in qualche sponsor che non fa mai male!!!!

lunedì 2 febbraio 2009

Con gli sci sul Craper Vac


Da Tione si segue la strada statale n. 239 del Caffaro in direzione di Storo fino all’abitato di Breguzzo da dove si devia sulla destra imboccando la Val Breguzzo.
Lasciata la macchina dove la strada termina, in breve si raggiunge il rifugio Trivena.
La valle è chiusa nella sua parte alta da un imponente circo roccioso di origine glaciale (Craper) che va dalla Bocca della Cunella alle Porte di Danerba e di cui fanno parte la Cima Cop di Casa (2965 m), il Cop di Breguzzo (2997 m), il Craper Vac (2816 m), il Corno di Trivena (2863 m), la Cima Danerba (2910 m) e il Corno d’Arnò (2849 m).
Su questo circo di montagne che chiudono la valle sono ancora ben visibili tracce e testimonianze della Grande Guerra del 1915-1918. Di qui passava infatti la prima linea austriaca (nel paese di Bondo, all’imbocco della valle, si trova un monumentale cimitero austroungarico che raccoglie 700 caduti). Un tempo la Val Breguzzo era nota per le sue miniere di pirite di ferro e galena argentifera in prossimità della malghe Stablei e Laghisòl, ed in particolare per alcune cave di marmo bianco (al Passo del Frate e presso Malga Trivena), che nulla aveva da invidiare a quello più famoso di Carrara. L’origine del toponimo Breguzzo (che compare per la prima volta in un documento del 927 d.C.) è legata a due possibili origini, una celtica (brig=berg=monte) e una germanica (burg=villaggio fortificato).

martedì 13 gennaio 2009

I Tre Signori delle Orobie

Il Pizzo dei Tre Signori (da non confondere con il ben più alto ed impegnativo Picco dei Tre Signori in valle Aurina -BZ-), è una delle montagne simbolo delle Orobie Bergamasche, nonché la cima più alta della Val Gerola.
La vetta sorge nel punto in cui convergevano i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta, del Ducato di Milano e delle Tre Leghe, da qui appunto la denominazione di Pizzo dei Tre Signori.
Non è la prima volta che ci troviamo al parcheggio del paesino di Ornica, alla fine della val Brembana, ma è la prima volta che ci troviamo qui con gli sci ai piedi, per avventurarci lungo la Val d’Inferno per percorrere i quasi 1.600 m di dislivello fino alla vetta.
Le particolari condizioni di questo inverno ricco di neve, ci permettono di partire direttamente dall’auto, risalendo per un tratto la strada forestale, tagliando poi per i prati sovrastanti fino a raggiungere la Casera, una vecchia malga riconvertita ad agriturismo per la produzione di formaggi.
Le abbondanti nevicate dei giorni scorsi rendono l’ambiente magico......e la salita faticosa soprattutto nel tratto che dall’agriturismo porta alla Bocchetta d’Inferno, a 2.306 m.
Fino a qui la bella giornata di sole ci aveva riscaldato, ma il freddo invernale si fa risentire una volta che, dalla Bocchetta, si prende a sinistra per risalire il versante nord con pendenze crescenti fino alla grande croce di vetta.
Da questo osservatorio privilegiato a 2.554 m il panorama è spettacolare: dal Resegone ai Campelli fino alle Grigne da una parte; dal Disgrazia al Bernina fino all’Ortles-Cevedale dall’altra....
Come sempre, però, arriva il momento di andare, di distogliere lo sguardo da queste fantastiche montagne per lanciarci nella discesa....e oggi le condizioni sono superbe per partire con gli sci direttamente dalla croce di vetta zig-zagando sulla neve polverosa a disegnare serpentine infinite fin giù in paese, a pochi metri dalla nostra macchina, dove le fatiche finiscono e rimane l’emozione che anche questa volta l’Ambiente Orobico ci ha saputo regalare.

mercoledì 7 gennaio 2009

Balcani on the road

Quando alcuni amici ci hanno proposto di passare l’ultimo dell’anno nella loro casa di Belgrado, l’idea ha subito preso forma.....: quale modo migliore per festeggiare l’arrivo del 2009 che un viaggio a due “on the road” lungo i 960 km che separano la Bassa Bresciana da Belgrado?
Così, caricata l’auto, il pomeriggio del 30 dicembre ci infiliamo in autostrada, iniziando il lungo avvicinamento verso Belgrado, attraverso 4 Paesi: Italia, Slovenia, Croazia e Serbia.
Dopo una sosta notturna in un Motel sull’autostrada poco dopo Zagabria, la mattina dell’ultimo dell’anno, a bordo del fedele Berlingo, facciamo il nostro “trionfale” ingresso in una grigia Belgrado, appena sporcata di bianco dalle recenti nevicate.
La prima sensazione è quella di un salto indietro nel tempo, anche solo girando in macchina possiamo vedere i segni che la città ancora porta delle guerre del recente passato, con edifici sventrati, lasciati li quasi in mostra, a perenne ricordo di tutto ciò che è accaduto in queste aree solo pochi anni fa.
Nelle Kafane il fumo stantio, puzzolente ed onnipresente crea una atmosfera surreale ed affascinante che ben si abbina ai piatti della cucina serba, ponte culturale tra medio oriente e occidente.
La notte dell’ultimo dell’anno, la piazza di Belgrado si riempie di gente in festa, pronta a sfidare il freddo saltando, urlando e brindando al ritmo gitano di Goran Bregovic.
Si sente che il musicista è di casa qui a Belgrado, soprattutto nella finale “Kalašnicov” che trascina tutta la città in un ballo ed un canto unisono.

Finita la notte ed iniziato il nuovo anno, arriva il tempo di lasciare Belgrado e rimettersi sulla strada, affrontando kilometri e frontiere che ci riportano verso casa, passando per una Zagabria innevata e per una Lubiana popolata di tanti turisti Italiani che ti danno già la sensazione di essere di nuovo a casa.
Alla fine, un po’ stanchi ed un po’ sbattuti per i 1.965 km percorsi, si arriva a casa comunque con la soddisfazione che sempre accompagna un viaggio così, con negli occhi le immagini dei luoghi e delle persone che si sono incontrate....e con una serie di riflessioni che saranno spunti interessanti per questo nuovo anno che ci aspetta.

Tutte le foto: Belgrado -capodanno 2009-

mercoledì 24 dicembre 2008

Happy 2009!!!


......Eccoci finalmente a Natale....tante feste e tanto tempo libero per fare viaggi e scoprire posti nuovi con gli sci, la macchina, a piedi....o semplicemente con la mente!!!

Vi auguriamo e ci auguriamo un 2009 pieno di soddisfazioni e sempre all'inseguimento di nuovi progetti e viaggi da realizzare!!!!!

mercoledì 10 dicembre 2008

Inverno d'altri Tempi

Finalmente si parte!!!
Un’altra stagione di scialpinismo si è ufficialmente aperta il fine settimana scorso, sfruttando anche la festa dell’8 dicembre.......ma soprattutto una nevicata d’altri tempi che negli ultimi giorni di novembre ha ricoperto per bene le nostre montagne.
Così tanta neve a quote anche basse, erano anni che non si vedeva. Non siamo ancora ai livelli della famigerata nevicata dell’1985, ma di neve ne è venuta un bel po’......e così si possono rispolverare le vecchie guide di scialpinismo degli anni '70, quelle con fotografie in bianco e nero che parlavano di gite con partenze direttamente dai paesini di valle a 800/900 metri, gite che in questi ultimi anni si erano quasi completamente abbandonate a causa di una neve che sempre più raramente si faceva vedere in sufficiente quantità a quote così basse.
E così si parte, sabato si rispolvera una gita al Monte Stivo, pendice più a nord del gruppo del Monte Baldo, con spettacolare vista sul lago di Garda e sulla zona del Brenta, mentre la domenica mattina si va a riscoprire la montagna vicino casa, il Monte Guglielmo, balcone panoramico sul lago d’Iseo a pochi kilometri dalla città di Brescia.
E se il buongiorno si vede dal mattino....speriamo proprio che questa sia una stagione ricca di divertimento, paesaggi incantati......e di grandi gite scialpinistiche!!

lunedì 3 novembre 2008

Pensieri di un Alpinista "Mediterraneo"

“Si muore maledettamente presto in montagna, come in tanti altri accidenti, ma con un malincuore in più. Perché si va a salire verso la preferita geografia e ci si affida, in cerca di accoglienza o di passaggio. Cadere per proprio errore e per forza maggiore è imbattersi in un tradimento.
Si muore in montagna lasciando a chi resta il pensiero che quello era il miglior posto in cui perdere tutto. Ogni alpinista sottoscrive con se stesso una clausola di preferenza: consegnarsi lassù anziché in un letto di ospedale, in un groviglio di rottami su una strada, giù da un cantiere o, se soldato, di uranio impoverito. Ogni alpinista mette nel conto l’incidente, una volta per tutte poi non ci pensa più. La montagna si affaccia presto nei racconti dei popoli. I Greci e i Tibetani fissarono lassù dimore ai loro dèi, negandosi il diritto di andarli a disturbare, ma pure con intento di separazione. La nostra scrittura sacra mischia di più l’alto e il basso; è volentieri alpinistica: l’Ararat su cui poggia il bastimento di Noè, il monte Moria dove Abramo sguaina il coltello sulla gola del figlio, il Sinai di Mosè, il Monte di Dio a Gerusalemme. La montagna si è accampata per tempo all’orizzonte, le salite prendono posto nei sogni. Quello di Giacobbe a Bet El è una scala da terra fino al cielo, già un desiderio di ascensione. In quel sogno salgono e scendono solamente gli angeli, ma un uomo intanto sta a guardare e impara.
Ho incontrato qualche scalatore di Himalaya. Non parlano di pericoli, raccontano difficoltà. Una tempesta in alta quota, fulmini a scroscio, calarsi per difesa in un crepaccio lasciando lontane le piccozze che possono attirare le scariche; resistere nella fessura di ghiaccio per ore, poi essere costretti a uscire sotto la tempesta che non smette, per evitare la notte e il gelo nel crepaccio. Un passaggio difficile di roccia sopra gli ottomila metri senza aiuto di ossigeno: gli ultimi metri del canale terminale del Lhotse sulla via degli Svizzeri, sotto i piedi duemila metri di parete e di vuoto: parlano di difficoltà gli alpinisti, non di pericoli.
Cosa trascina così lontano da valle, dai bordi accoglienti della vita elettrica e a motore? C’è, dentro la specie umana, il granello di pepe di andare a esplorare, a frugare i deserti della terra emersa. Quando le mappe furono complete, cominciò l’alpinismo. Lassù c’era posto senza traccia di uomo. E ci sono ancora più di cento cime sopra i settemila metri non ancora raggiunte.
Hans Kammerlander, che ha scalato tredici dei quattordici giganti sopra gli ottomila metri, non ha voluto chiudere la serie. Questo atto di rinuncia è per me il più profondo omaggio alla natura schiacciante di quelle quote. È un atto di umiltà che si prolunga, ogni anno che passa lui rinuncia.
Ma non è solo il granello di pepe di trovarsi nelle vastità più alte del pianeta. C’è in un alpinista il desiderio di staccarsi da mura e rimettersi nella corrente dei viaggi a piedi con la casa in spalle. Tornare nomadi, accamparsi ogni sera in una tappa diversa. Si restringono i bisogni al necessario minimo, comprese le parole che sono tutte utili a un da farsi.
Si scioglie neve su un fornello a gas per procurarsi acqua, si scava una piazzola per piantare una tenda, ancorarla robusta contro il vento. E ancora, alpinismo è arte della fuga. A valle si celebrano le cime raggiunte, non quelle mancate, forzati a rinunciare da ostacoli improvvisi, minacce scatenate da vento, nebbia, fulmini, valanghe. Allora l’alpinista deve ammettere in tempo la partita persa, anche se sta a un tiro di sasso dalla cima e mettere ogni forza per tornare indietro. L’alpinismo è spesso più avventuroso e micidiale in discesa. L’uomo di montagna deve allora essere stratega ed eseguire l’arte della fuga, una ritirata in ordine perfetto perché non sia una rotta precipitosa, sbaragliata.
Infine c’è il carato della bellezza che si rivela a forza di aumentare di quota, forzare l’orizzonte. Allora di notte le stelle stanno intorno e addosso, non solo sul soffitto. In cerca del carato di bellezza si avviano su pendii scoscesi, su pareti a strapiombo i volontari della scala di Giacobbe, che fanno le veci terrene degli angeli del sogno, salendo e scendendo gli infiniti gradini, sbucando al di là delle nuvole.”

martedì 28 ottobre 2008

Carè Alto 2008

Era il 14/09/2002 quando di ritorno da una intera stagione passata a fare il gelataio in quel di Marotta (PU), per riprendere confidenza con la montagna, tentammo, con successo, di salire in giornata in vetta al Carè Alto dalla via normale (ancora oggi me la ricordo come una gran faticata!!)
A più di 6 anni di distanza, dopo vari altri tentativi fermati più o meno presto dal cattivo tempo o da condizioni ambientali sfavorevoli, rieccoci qui, in un venerdì sera pieno di stelle in cielo e con neanche un anima in giro tranne noi, pronti a bivaccare nel locale invernale del rifugio Carè Alto.
E’ ancora buio quando alle 6.00 usciamo dall’invernale ed iniziamo a scendere la scalinata che si abbassa attraverso il “bùs del gat”, seguendo il sentiero che ad un certo punto si immette su di una lunga morena attraverso la quale, seguendo “ometti” segnaletici, arriviamo alla vedretta di Lares all’altezza del “sas de la Stria” (sasso della strega).
E’ a questo punto che girando lo sguardo alle nostre spalle, ci accorgiamo che il sole, sorgendo dietro le montagne del Brenta, ha tinto il cielo di un rosso fuoco, creando strabilianti giochi di luce sulle nuvole basse e sulle vette circostanti.
Procediamo lungo il ghiacciaio, avvicinandoci progressivamente alla parete nord. La neve accumulatasi nei giorni precedenti, ci rallenta un po’ il passo, ma vedendo la parete in discrete condizioni, decidiamo di abbandonare la via normale, e di dirigerci alla sua base nella parte più orientale, per salirla direttamente attraverso una bella parete di ghiaccio e neve.
Questo salto di ghiaccio termina direttamente a ridosso della rocciosa cresta est, proprio in prossimità del punto in cui si trova una vecchia baracca e quel che resta di una teleferica, residui entrambi del fronte Austriaco e della Guerra Bianca che su queste vette si è combattuta.
Da li è già ben visibile la grossa croce di vetta a 3.463 m, che si raggiunge in breve attraverso una aerea ed affilata cresta di roccia e neve.
Dalla cima, che fu teatro di grandi battaglie, lo sguardo arriva fino al vicino monte Adamello ed alla Presanella, a chiudere così un triangolo immaginario di roccia e ghiaccio, che è un museo a cielo aperto coi resti di quelle epiche battaglie in quota.

martedì 14 ottobre 2008

Emozioni in bassa stagione

Dopo due settimane in Mexico per lavoro, a parlare di cooperative e credito cooperativo, la crisi d’astinenza da montagna si stava facendo sentire.
Col fratello in vacanza a Lampedusa spaparanzato al sole, occorreva trovare una bella gita da fare in solitaria e fuori stagione.
Era un po’ che girava, tra le varie relazione, questo Corno Baitone, a 3.331 m nella Val Paghera, appena a nord dell’Adamello.
Così venerdì, appena fuori dal lavoro, metto lo zaino in macchina e partenza in direzione di Vezza d’Oglio dove si imbocca una stradina asfaltata che prima porta al rifugio Cascata, e poco dopo al parcheggio di una teleferica.
Arrivo che è già quasi buio, ma la luna è bella grossa in cielo, e con la mia lampada ben piantata sulla testa, parto subito sul sentiero che in poco meno di un’ora mi porta al bel rifugio Aviolo, ormai chiuso visto la stagione avanzata, ma dotato di un bel locale invernale accogliente e pulito.
Dopo aver mangiato mi metto in branda e la notte passa tranquilla nel silenzio del bivacco fino alle 6.00 quando suona la sveglia.
Rapida colazione e poi in marcia, nel buio illuminato solo dalla mia frontale, seguendo il sentiero che attraversa tutta la vasta piana occupata dal lago d’Aviolo.
Pian piano le montagne e la natura attorno a me si svegliano, il cielo inizia ad illuminarsi al sorgere del sole, accendendo la luce su uno splendido anfiteatro montuoso che fa da contorno a tutta la piana d’Aviolo.
Quando il sentiero svolta decisamente a destra per il passo Gallinera, io proseguo sulla pietraia che anni fa ospitava il ghiacciaio, puntando alla sinistra della fascia rocciosa che si trova alla testata della valle. Arrivato sulla vedretta d’Aviolo, iniziano anche i primi centimetri di neve, che progressivamente aumentano, fino a crearmi non pochi problemi nel procedere sul ghiacciaio in direzione del colle posto tra Corno Baitone e Punta Wanda.
Quando la pendenza si fa impegnativa, la neve arriva fin quasi al ginocchio, ed ogni passo richiede fatica e molto più tempo del previsto. La sola compagnia delle vette che mi stanno attorno, e la vista del colle, mi danno comunque la forza di andare avanti, con l’obbiettivo di arrivare almeno fino al colle.
Una volta arrivato, quello che durante la salita era solo un sospetto diventa certezza: sulla cresta di roccette che porta alla vetta del Baitone c’è troppa neve…..da solo è meglio non rischiare, così decido di svoltare a sinistra, ed in pochi minuti risalgo la breve cresta rocciosa che porta su punta Wanda, a 3.265 m.
Da lassù, la splendida giornata di sole mi regala una strepitosa visione della parete nord dell’Adamello, che ripaga della fatica fatta in salita.
Foto di rito e riparto per la discesa, molto più veloce e meno faticosa della salita…!!
Alla luce del giorno anche la piana appare come un posto fantastico, con il lago che riflette le vette che lo circondano ed i primi colori dell’autunno.
Incontro qui, nei pressi del rifugio, le uniche persone che sono in giro nella zona, anche loro intente a godere dello spettacolo che questo luogo è in grado di trasmettere sempre, ed ancor di più in questa stagione che, turisticamente viene definita bassa, ma che sicuramente regala altissime emozioni.

giovedì 11 settembre 2008

A Passeggio sopra il mare

Un week-end alle Cinque Terre, in Liguria…era un’idea che già da tempo ci girava per la testa, e così a fine agosto, deciso... si parte al giovedì dopo il lavoro per passare 3 giorni di trekking alle Cinque Terre, posto ideale dove conciliare il mare con la montagna.
Volevo scrivere un bel resoconto con impressioni sul viaggio e sulla bellezza dei posti, ma meglio di me ha fatto la mia compagna di viaggio in Cuentos Peregrinos (dove vi rimando)….
Aggiungo solo alcune note tecniche/organizzative:
L’albergo “Luna di Marzo” ve lo consiglio proprio, sia per la posizione (notevole il terrazzo a strapiombo sul mare dove fare colazione), che per la gentilezza di chi lo gestisce….oltre naturalmente che per l’abbondante colazione compresa nel trattamento B&B.
Vi consiglio anche la tessera 5Terre Card, con 10 € per tre giorni, permette l’accesso a tutti i sentieri, l’uso degli eco-bus per i trasferimenti all’interno dei 5 comuni, ed altri sconti ed agevolazioni varie.
…per il resto buone camminate!!! Oltre al rinomato sentiero n°1 (via dell’Amore), provate anche il n°2, che attraverso un percorso in "quota" (e sempre vista mare) vi porta fino a Porto Venere….fuori dalle Cinque Terre, ma pur sempre un bel posto da vedere!!!


tutte le foto: CinqueTerre