martedì 13 gennaio 2009

I Tre Signori delle Orobie

Il Pizzo dei Tre Signori (da non confondere con il ben più alto ed impegnativo Picco dei Tre Signori in valle Aurina -BZ-), è una delle montagne simbolo delle Orobie Bergamasche, nonché la cima più alta della Val Gerola.
La vetta sorge nel punto in cui convergevano i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta, del Ducato di Milano e delle Tre Leghe, da qui appunto la denominazione di Pizzo dei Tre Signori.
Non è la prima volta che ci troviamo al parcheggio del paesino di Ornica, alla fine della val Brembana, ma è la prima volta che ci troviamo qui con gli sci ai piedi, per avventurarci lungo la Val d’Inferno per percorrere i quasi 1.600 m di dislivello fino alla vetta.
Le particolari condizioni di questo inverno ricco di neve, ci permettono di partire direttamente dall’auto, risalendo per un tratto la strada forestale, tagliando poi per i prati sovrastanti fino a raggiungere la Casera, una vecchia malga riconvertita ad agriturismo per la produzione di formaggi.
Le abbondanti nevicate dei giorni scorsi rendono l’ambiente magico......e la salita faticosa soprattutto nel tratto che dall’agriturismo porta alla Bocchetta d’Inferno, a 2.306 m.
Fino a qui la bella giornata di sole ci aveva riscaldato, ma il freddo invernale si fa risentire una volta che, dalla Bocchetta, si prende a sinistra per risalire il versante nord con pendenze crescenti fino alla grande croce di vetta.
Da questo osservatorio privilegiato a 2.554 m il panorama è spettacolare: dal Resegone ai Campelli fino alle Grigne da una parte; dal Disgrazia al Bernina fino all’Ortles-Cevedale dall’altra....
Come sempre, però, arriva il momento di andare, di distogliere lo sguardo da queste fantastiche montagne per lanciarci nella discesa....e oggi le condizioni sono superbe per partire con gli sci direttamente dalla croce di vetta zig-zagando sulla neve polverosa a disegnare serpentine infinite fin giù in paese, a pochi metri dalla nostra macchina, dove le fatiche finiscono e rimane l’emozione che anche questa volta l’Ambiente Orobico ci ha saputo regalare.

mercoledì 7 gennaio 2009

Balcani on the road

Quando alcuni amici ci hanno proposto di passare l’ultimo dell’anno nella loro casa di Belgrado, l’idea ha subito preso forma.....: quale modo migliore per festeggiare l’arrivo del 2009 che un viaggio a due “on the road” lungo i 960 km che separano la Bassa Bresciana da Belgrado?
Così, caricata l’auto, il pomeriggio del 30 dicembre ci infiliamo in autostrada, iniziando il lungo avvicinamento verso Belgrado, attraverso 4 Paesi: Italia, Slovenia, Croazia e Serbia.
Dopo una sosta notturna in un Motel sull’autostrada poco dopo Zagabria, la mattina dell’ultimo dell’anno, a bordo del fedele Berlingo, facciamo il nostro “trionfale” ingresso in una grigia Belgrado, appena sporcata di bianco dalle recenti nevicate.
La prima sensazione è quella di un salto indietro nel tempo, anche solo girando in macchina possiamo vedere i segni che la città ancora porta delle guerre del recente passato, con edifici sventrati, lasciati li quasi in mostra, a perenne ricordo di tutto ciò che è accaduto in queste aree solo pochi anni fa.
Nelle Kafane il fumo stantio, puzzolente ed onnipresente crea una atmosfera surreale ed affascinante che ben si abbina ai piatti della cucina serba, ponte culturale tra medio oriente e occidente.
La notte dell’ultimo dell’anno, la piazza di Belgrado si riempie di gente in festa, pronta a sfidare il freddo saltando, urlando e brindando al ritmo gitano di Goran Bregovic.
Si sente che il musicista è di casa qui a Belgrado, soprattutto nella finale “Kalašnicov” che trascina tutta la città in un ballo ed un canto unisono.

Finita la notte ed iniziato il nuovo anno, arriva il tempo di lasciare Belgrado e rimettersi sulla strada, affrontando kilometri e frontiere che ci riportano verso casa, passando per una Zagabria innevata e per una Lubiana popolata di tanti turisti Italiani che ti danno già la sensazione di essere di nuovo a casa.
Alla fine, un po’ stanchi ed un po’ sbattuti per i 1.965 km percorsi, si arriva a casa comunque con la soddisfazione che sempre accompagna un viaggio così, con negli occhi le immagini dei luoghi e delle persone che si sono incontrate....e con una serie di riflessioni che saranno spunti interessanti per questo nuovo anno che ci aspetta.

Tutte le foto: Belgrado -capodanno 2009-

mercoledì 24 dicembre 2008

Happy 2009!!!


......Eccoci finalmente a Natale....tante feste e tanto tempo libero per fare viaggi e scoprire posti nuovi con gli sci, la macchina, a piedi....o semplicemente con la mente!!!

Vi auguriamo e ci auguriamo un 2009 pieno di soddisfazioni e sempre all'inseguimento di nuovi progetti e viaggi da realizzare!!!!!

mercoledì 10 dicembre 2008

Inverno d'altri Tempi

Finalmente si parte!!!
Un’altra stagione di scialpinismo si è ufficialmente aperta il fine settimana scorso, sfruttando anche la festa dell’8 dicembre.......ma soprattutto una nevicata d’altri tempi che negli ultimi giorni di novembre ha ricoperto per bene le nostre montagne.
Così tanta neve a quote anche basse, erano anni che non si vedeva. Non siamo ancora ai livelli della famigerata nevicata dell’1985, ma di neve ne è venuta un bel po’......e così si possono rispolverare le vecchie guide di scialpinismo degli anni '70, quelle con fotografie in bianco e nero che parlavano di gite con partenze direttamente dai paesini di valle a 800/900 metri, gite che in questi ultimi anni si erano quasi completamente abbandonate a causa di una neve che sempre più raramente si faceva vedere in sufficiente quantità a quote così basse.
E così si parte, sabato si rispolvera una gita al Monte Stivo, pendice più a nord del gruppo del Monte Baldo, con spettacolare vista sul lago di Garda e sulla zona del Brenta, mentre la domenica mattina si va a riscoprire la montagna vicino casa, il Monte Guglielmo, balcone panoramico sul lago d’Iseo a pochi kilometri dalla città di Brescia.
E se il buongiorno si vede dal mattino....speriamo proprio che questa sia una stagione ricca di divertimento, paesaggi incantati......e di grandi gite scialpinistiche!!

lunedì 3 novembre 2008

Pensieri di un Alpinista "Mediterraneo"

“Si muore maledettamente presto in montagna, come in tanti altri accidenti, ma con un malincuore in più. Perché si va a salire verso la preferita geografia e ci si affida, in cerca di accoglienza o di passaggio. Cadere per proprio errore e per forza maggiore è imbattersi in un tradimento.
Si muore in montagna lasciando a chi resta il pensiero che quello era il miglior posto in cui perdere tutto. Ogni alpinista sottoscrive con se stesso una clausola di preferenza: consegnarsi lassù anziché in un letto di ospedale, in un groviglio di rottami su una strada, giù da un cantiere o, se soldato, di uranio impoverito. Ogni alpinista mette nel conto l’incidente, una volta per tutte poi non ci pensa più. La montagna si affaccia presto nei racconti dei popoli. I Greci e i Tibetani fissarono lassù dimore ai loro dèi, negandosi il diritto di andarli a disturbare, ma pure con intento di separazione. La nostra scrittura sacra mischia di più l’alto e il basso; è volentieri alpinistica: l’Ararat su cui poggia il bastimento di Noè, il monte Moria dove Abramo sguaina il coltello sulla gola del figlio, il Sinai di Mosè, il Monte di Dio a Gerusalemme. La montagna si è accampata per tempo all’orizzonte, le salite prendono posto nei sogni. Quello di Giacobbe a Bet El è una scala da terra fino al cielo, già un desiderio di ascensione. In quel sogno salgono e scendono solamente gli angeli, ma un uomo intanto sta a guardare e impara.
Ho incontrato qualche scalatore di Himalaya. Non parlano di pericoli, raccontano difficoltà. Una tempesta in alta quota, fulmini a scroscio, calarsi per difesa in un crepaccio lasciando lontane le piccozze che possono attirare le scariche; resistere nella fessura di ghiaccio per ore, poi essere costretti a uscire sotto la tempesta che non smette, per evitare la notte e il gelo nel crepaccio. Un passaggio difficile di roccia sopra gli ottomila metri senza aiuto di ossigeno: gli ultimi metri del canale terminale del Lhotse sulla via degli Svizzeri, sotto i piedi duemila metri di parete e di vuoto: parlano di difficoltà gli alpinisti, non di pericoli.
Cosa trascina così lontano da valle, dai bordi accoglienti della vita elettrica e a motore? C’è, dentro la specie umana, il granello di pepe di andare a esplorare, a frugare i deserti della terra emersa. Quando le mappe furono complete, cominciò l’alpinismo. Lassù c’era posto senza traccia di uomo. E ci sono ancora più di cento cime sopra i settemila metri non ancora raggiunte.
Hans Kammerlander, che ha scalato tredici dei quattordici giganti sopra gli ottomila metri, non ha voluto chiudere la serie. Questo atto di rinuncia è per me il più profondo omaggio alla natura schiacciante di quelle quote. È un atto di umiltà che si prolunga, ogni anno che passa lui rinuncia.
Ma non è solo il granello di pepe di trovarsi nelle vastità più alte del pianeta. C’è in un alpinista il desiderio di staccarsi da mura e rimettersi nella corrente dei viaggi a piedi con la casa in spalle. Tornare nomadi, accamparsi ogni sera in una tappa diversa. Si restringono i bisogni al necessario minimo, comprese le parole che sono tutte utili a un da farsi.
Si scioglie neve su un fornello a gas per procurarsi acqua, si scava una piazzola per piantare una tenda, ancorarla robusta contro il vento. E ancora, alpinismo è arte della fuga. A valle si celebrano le cime raggiunte, non quelle mancate, forzati a rinunciare da ostacoli improvvisi, minacce scatenate da vento, nebbia, fulmini, valanghe. Allora l’alpinista deve ammettere in tempo la partita persa, anche se sta a un tiro di sasso dalla cima e mettere ogni forza per tornare indietro. L’alpinismo è spesso più avventuroso e micidiale in discesa. L’uomo di montagna deve allora essere stratega ed eseguire l’arte della fuga, una ritirata in ordine perfetto perché non sia una rotta precipitosa, sbaragliata.
Infine c’è il carato della bellezza che si rivela a forza di aumentare di quota, forzare l’orizzonte. Allora di notte le stelle stanno intorno e addosso, non solo sul soffitto. In cerca del carato di bellezza si avviano su pendii scoscesi, su pareti a strapiombo i volontari della scala di Giacobbe, che fanno le veci terrene degli angeli del sogno, salendo e scendendo gli infiniti gradini, sbucando al di là delle nuvole.”

martedì 28 ottobre 2008

Carè Alto 2008

Era il 14/09/2002 quando di ritorno da una intera stagione passata a fare il gelataio in quel di Marotta (PU), per riprendere confidenza con la montagna, tentammo, con successo, di salire in giornata in vetta al Carè Alto dalla via normale (ancora oggi me la ricordo come una gran faticata!!)
A più di 6 anni di distanza, dopo vari altri tentativi fermati più o meno presto dal cattivo tempo o da condizioni ambientali sfavorevoli, rieccoci qui, in un venerdì sera pieno di stelle in cielo e con neanche un anima in giro tranne noi, pronti a bivaccare nel locale invernale del rifugio Carè Alto.
E’ ancora buio quando alle 6.00 usciamo dall’invernale ed iniziamo a scendere la scalinata che si abbassa attraverso il “bùs del gat”, seguendo il sentiero che ad un certo punto si immette su di una lunga morena attraverso la quale, seguendo “ometti” segnaletici, arriviamo alla vedretta di Lares all’altezza del “sas de la Stria” (sasso della strega).
E’ a questo punto che girando lo sguardo alle nostre spalle, ci accorgiamo che il sole, sorgendo dietro le montagne del Brenta, ha tinto il cielo di un rosso fuoco, creando strabilianti giochi di luce sulle nuvole basse e sulle vette circostanti.
Procediamo lungo il ghiacciaio, avvicinandoci progressivamente alla parete nord. La neve accumulatasi nei giorni precedenti, ci rallenta un po’ il passo, ma vedendo la parete in discrete condizioni, decidiamo di abbandonare la via normale, e di dirigerci alla sua base nella parte più orientale, per salirla direttamente attraverso una bella parete di ghiaccio e neve.
Questo salto di ghiaccio termina direttamente a ridosso della rocciosa cresta est, proprio in prossimità del punto in cui si trova una vecchia baracca e quel che resta di una teleferica, residui entrambi del fronte Austriaco e della Guerra Bianca che su queste vette si è combattuta.
Da li è già ben visibile la grossa croce di vetta a 3.463 m, che si raggiunge in breve attraverso una aerea ed affilata cresta di roccia e neve.
Dalla cima, che fu teatro di grandi battaglie, lo sguardo arriva fino al vicino monte Adamello ed alla Presanella, a chiudere così un triangolo immaginario di roccia e ghiaccio, che è un museo a cielo aperto coi resti di quelle epiche battaglie in quota.

martedì 14 ottobre 2008

Emozioni in bassa stagione

Dopo due settimane in Mexico per lavoro, a parlare di cooperative e credito cooperativo, la crisi d’astinenza da montagna si stava facendo sentire.
Col fratello in vacanza a Lampedusa spaparanzato al sole, occorreva trovare una bella gita da fare in solitaria e fuori stagione.
Era un po’ che girava, tra le varie relazione, questo Corno Baitone, a 3.331 m nella Val Paghera, appena a nord dell’Adamello.
Così venerdì, appena fuori dal lavoro, metto lo zaino in macchina e partenza in direzione di Vezza d’Oglio dove si imbocca una stradina asfaltata che prima porta al rifugio Cascata, e poco dopo al parcheggio di una teleferica.
Arrivo che è già quasi buio, ma la luna è bella grossa in cielo, e con la mia lampada ben piantata sulla testa, parto subito sul sentiero che in poco meno di un’ora mi porta al bel rifugio Aviolo, ormai chiuso visto la stagione avanzata, ma dotato di un bel locale invernale accogliente e pulito.
Dopo aver mangiato mi metto in branda e la notte passa tranquilla nel silenzio del bivacco fino alle 6.00 quando suona la sveglia.
Rapida colazione e poi in marcia, nel buio illuminato solo dalla mia frontale, seguendo il sentiero che attraversa tutta la vasta piana occupata dal lago d’Aviolo.
Pian piano le montagne e la natura attorno a me si svegliano, il cielo inizia ad illuminarsi al sorgere del sole, accendendo la luce su uno splendido anfiteatro montuoso che fa da contorno a tutta la piana d’Aviolo.
Quando il sentiero svolta decisamente a destra per il passo Gallinera, io proseguo sulla pietraia che anni fa ospitava il ghiacciaio, puntando alla sinistra della fascia rocciosa che si trova alla testata della valle. Arrivato sulla vedretta d’Aviolo, iniziano anche i primi centimetri di neve, che progressivamente aumentano, fino a crearmi non pochi problemi nel procedere sul ghiacciaio in direzione del colle posto tra Corno Baitone e Punta Wanda.
Quando la pendenza si fa impegnativa, la neve arriva fin quasi al ginocchio, ed ogni passo richiede fatica e molto più tempo del previsto. La sola compagnia delle vette che mi stanno attorno, e la vista del colle, mi danno comunque la forza di andare avanti, con l’obbiettivo di arrivare almeno fino al colle.
Una volta arrivato, quello che durante la salita era solo un sospetto diventa certezza: sulla cresta di roccette che porta alla vetta del Baitone c’è troppa neve…..da solo è meglio non rischiare, così decido di svoltare a sinistra, ed in pochi minuti risalgo la breve cresta rocciosa che porta su punta Wanda, a 3.265 m.
Da lassù, la splendida giornata di sole mi regala una strepitosa visione della parete nord dell’Adamello, che ripaga della fatica fatta in salita.
Foto di rito e riparto per la discesa, molto più veloce e meno faticosa della salita…!!
Alla luce del giorno anche la piana appare come un posto fantastico, con il lago che riflette le vette che lo circondano ed i primi colori dell’autunno.
Incontro qui, nei pressi del rifugio, le uniche persone che sono in giro nella zona, anche loro intente a godere dello spettacolo che questo luogo è in grado di trasmettere sempre, ed ancor di più in questa stagione che, turisticamente viene definita bassa, ma che sicuramente regala altissime emozioni.

giovedì 11 settembre 2008

A Passeggio sopra il mare

Un week-end alle Cinque Terre, in Liguria…era un’idea che già da tempo ci girava per la testa, e così a fine agosto, deciso... si parte al giovedì dopo il lavoro per passare 3 giorni di trekking alle Cinque Terre, posto ideale dove conciliare il mare con la montagna.
Volevo scrivere un bel resoconto con impressioni sul viaggio e sulla bellezza dei posti, ma meglio di me ha fatto la mia compagna di viaggio in Cuentos Peregrinos (dove vi rimando)….
Aggiungo solo alcune note tecniche/organizzative:
L’albergo “Luna di Marzo” ve lo consiglio proprio, sia per la posizione (notevole il terrazzo a strapiombo sul mare dove fare colazione), che per la gentilezza di chi lo gestisce….oltre naturalmente che per l’abbondante colazione compresa nel trattamento B&B.
Vi consiglio anche la tessera 5Terre Card, con 10 € per tre giorni, permette l’accesso a tutti i sentieri, l’uso degli eco-bus per i trasferimenti all’interno dei 5 comuni, ed altri sconti ed agevolazioni varie.
…per il resto buone camminate!!! Oltre al rinomato sentiero n°1 (via dell’Amore), provate anche il n°2, che attraverso un percorso in "quota" (e sempre vista mare) vi porta fino a Porto Venere….fuori dalle Cinque Terre, ma pur sempre un bel posto da vedere!!!


tutte le foto: CinqueTerre

lunedì 8 settembre 2008

Denali 2008...ad un soffio dalla vetta!

La salita del Denali parte dalla “ridente” località di Talkeetna, cui si arriva in macchina da Anchorage. Qui sulle targhe delle auto c’e’ scritto: “Alaska –The Last Frontier-“ ed è proprio questa l’impressione che si ha appena arrivati. Quello che dovete immaginare è un’unica strada asfaltata, da cui si diramano una serie di vicoli sterrati che finiscono nel nulla...insomma, essere a Talkeetna è come essere ad Hazzard (ricordate il famoso telefilm anni ’80?).
In paese ci sono numerosi negozietti di souvenir, qualche birreria, una stazione dei Rangers del “Denali National Park”, un Post Office ed un’aerostazione da cui partono piccoli aerei che, per la maggior parte, portano turisti a sorvolare la zona del Denali National Park e dell’Alaska Range, e che per il resto, scaricano alpinisti ed avventurieri sul ghiacciaio di Kahiltna a 2.200 m.
Ecco, proprio da questo punto parte la salita per il monte Denali. Una volta scesi da questo "aeroplanino" a 4 posti, atterrato su una lingua di ghiaccio circondata da montagne, inizia il totale isolamento da quella che in genere viene definita civiltà, e parte un intenso viaggio nella natura.
Sistemati i circa 35 kg a testa tra zaino e slitta, non resta altro che avviarsi su una pista di neve e ghiaccio verso il campo 1, che dista circa 9 km dal punto in cui è atterrato l’aereo. A queste altitudini il sole è ancora caldo, e se si aggiunge la fatica del trascinare il peso della slitta, ci si rende subito conto che quello che si sta intraprendendo va oltre l’alpinismo.
I tre giorni che servono per arrivare al campo 3, ci fanno capire subito che tipo d’esperienza abbiamo iniziato, che tipo di viaggio, anche mentale, ci troveremo ad affrontare per i prossimi 14 giorni. Tirare con gli sci una slitta pesantissima su sterminate distese di ghiaccio, per poi arrivare, dopo 4 o 5 ore, in prossimità della zona dove scavare una buca nella neve, per piantare la tenda protetta dal vento gelido della notte artica, e poi iniziare a sciogliere neve per procurarsi acqua da bere e per cucinare, ti fa capire subito quanto si è lontano dalle abitudini di casa, dove basta aprire un rubinetto per avere tutta l’acqua che si vuole, calda e fredda.
Tutto questo ci accompagna fino al campo 3 di Motorcycle Hill, a 3.410 m, ed a 15 km dal punto in cui il piccolo aereo Cessna ci ha depositato sul ghiacciaio tre giorni fa. Da questo punto in avanti inizia la parte più “alpinistica” della salita, le pendenze si fanno più sostenute, e per trasportare tutta l’attrezzatura ed i viveri ai 4.400 m di Medical Camp (campo 4), occorrono due giorni, ripercorrendo lo stesso tragitto due volte (agevolati nella discesa dai nostri sci).
Arrivati a Medical Camp (considerato il Campo Base Avanzato per la salita del Denali), ci accorgiamo che non ci sono le condizioni per la discesa dalla cima con gli sci, come c’eravamo prefissati, quindi, da questo punto in avanti, si procederà a piedi, “armati” solo di ramponi, piccozza e zaino pesantissimo (visto che anche le slitte rimarranno al Medical Camp).
I 4.400 m del campo 4, sono il punto in cui ci si ferma più a lungo, tanto che ad un certo punto, questo luogo sembra trasformarsi nella nostra “casa”, soprattutto se, come nel nostro caso, il brutto tempo e la neve costringono a passare fermi in questo punto (e per la maggior parte del tempo in tenda), cinque giorni nell’attesa che le condizioni migliorino. Con il passare del tempo si inizia a fare amicizia con le altre persone che, come noi, sono ferme qui nell’attesa di un miglioramento meteo, persone che hanno condiviso con noi questa prima parte del percorso, e che condividono con noi il sogno di raggiungere la vetta.
Ognuno segue la propria strada, la propria strategia di salita, ma per tutti l’incognita principale è il tempo, cosi, quando ci s’incontra nel campo, l’argomento di discussione (in tutte le lingue possibili) è sempre lo stesso: quando miglioreranno le condizioni meteo? C’e’ chi, in contatto satellitare con chissà chi, si fa mandare previsioni meteorologiche che immancabilmente vengono smentite, c’e’ chi si affida a strane conoscenze scientifiche acquisite sui libri, ma l’unica cosa certa è che in questo posto, prevedere il tempo che farà è impossibile.
L’unico modo è alzarsi la mattina, uscire con la testa dalla tenda e sperare che: se il tempo è bello rimanga tale, se invece è brutto migliori, permettendoti di fare quello per cui sei venuto fin qui. Dopo 5 giorni d’attesa, decidiamo che è venuto il nostro momento. Avevamo gia portato una parte di viveri e materiale verso il campo alto, lasciati però in una buca nella neve a circa metà strada, quando la forza del vento ci aveva costretto a tornare al campo 4.
Ora dovevamo necessariamente arrivare ai 5.300 m del campo alto, per poi tentare la salita alla vetta. I giorni a nostra disposizione stavano per finire, ma soprattutto lo stare fermi, l’impossibilità di agire e la vita entro le ridotte dimensioni di una tenda di 3 m X 2 m, stavano pesando più che sul nostro fisico, sul nostro morale.
La mattina del 6° giorno al Medical Camp, il tempo non è dei migliori, non è certo migliorato quanto avremmo voluto, tanto che arrivati al punto in cui avevamo lasciato la nostra roba la volta precedente, inizia a nevicare, ma almeno non c’e’ molto vento, e possiamo affrontare la lunga cresta di roccia e neve che porta al campo 5 (High Camp), posto proprio sotto la cima del Denali, a 5.300 m.
Montata la tenda (e costruiti alti muri con blocchi di neve tutto attorno), il tempo sembra migliorare, e progressivamente questo posto, da cupo e tetro come appare avvolto dalle nuvole, si rivela come una sorta di paradiso, quando le nuvole rimangono sotto a formare un tappeto soffice, e lo sguardo può perdersi nell’orizzonte infinito che l’alta quota può permetterti di ammirare. A quest’altezza il respiro rimane sempre affannoso, ed ogni movimento deve essere lento e ragionato.
Se provi anche solo un attimo a mantenere il ritmo frenetico che si ha a casa, la testa inizia a pulsare, riportandoti ad una lentezza che ti permette di contemplare la magnificenza di quanto ti sta attorno. Visto l’accenno di miglioramento del tempo, decidiamo che domani sarà il nostro giorno per tentare di raggiungere la vetta, avremo solo quello a disposizione, e cercheremo di fare di tutto per vincere la nostra sfida.
La notte al campo alto trascorre lenta, si dorme poco (un po’ per la quota ed un po’ perché a queste latitudini, in questo periodo, il sole non tramonta mai) e fa molto freddo, tanto che quando decidiamo che è ora di fare colazione e poi partire, ci accorgiamo che l’interno della tenda è completamente rivestito di ghiaccio, come ghiaccio si è formato sulla parte esterna dei nostri sacchi a pelo.
Usciti dalla tenda ci accorgiamo subito che la giornata non è delle migliori. Alcune nuvole si stanno addensando sulla cima, ed il vento inizia a rinforzare. Partiamo ugualmente, questa è la nostra ultima occasione da giocarci. All’inizio procediamo abbastanza bene, siamo ben acclimatati e avanziamo velocemente, ma il tempo peggiora più velocemente di noi, e quando sbuchiamo in prossimità del Denali Pass a 5.700 m, il vento è talmente forte che quasi non ci permette di rimanere in piedi, e si porta appresso anche un gelo che ti entra subito nelle ossa.
Cerchiamo di procedere per vedere se la situazione accenna a migliorare, ma oltre al vento ed al freddo, dalle nuvole che progressivamente ci hanno circondato, inizia a nevicare. A questo punto basta uno sguardo tra di noi per prendere la decisione che non avremmo mai voluto prendere…: si torna indietro, il nostro tentativo di salire ai 6.194 m della vetta del Denali, si ferma a circa 5.700 m, ad un soffio (è proprio il caso di dirlo visto il vento che c’era….) dalla vetta.
Mentre torniamo verso il campo alto, le condizioni peggiorano ulteriormente, la nevicata si fa più intensa, e questo in parte ci rincuora sul fatto che la decisione presa sia stata quella giusta. Questa volta ha vinto la Montagna, che si è presa anche la libertà di beffarci, dandoci, il giorno dopo la nostra partenza dal campo alto (e smentendo per l’ennesima volta qualsiasi previsione meteo!!!), una giornata splendida di sole, senza vento ed ideale per salire sulla vetta, come poche se ne vedono da queste parti…
...ma noi, ormai, stavamo gia scendendo, un po’ abbattuti, ma in fondo consapevoli di aver fatto, per noi, una grandissima esperienza, dalla quale siamo usciti solo in parte sconfitti da una Montagna che si è rivelata essere al tempo stesso immensa e splendida, ma anche in certi casi terribile e temibile.
Noi siamo in ogni caso orgogliosi di quanto abbiamo fatto, e se non possiamo certo consigliare questo tipo di viaggio ad altri, quello che possiamo proporre è di cercare ognuno la propria “Last Frontier” come abbiamo fatto noi, e di impegnarsi per raggiungerla, per quanto possibile ed indipendentemente dalla componente avventurosa o “estrema” che questo richieda (spesso è più vicino e raggiungibile di quello che c’immaginiamo).
Tutte le foto: Denali 2008
Articolo pubblicato anche su Popolis.it

lunedì 25 agosto 2008

Nel Caucaso Russo...Mt. Elbrus m. 5.642

Dopo i primi viaggi in Nepal e Cile/Bolivia (di cui parleremo più avanti), con il Caucaso inizia la fase dei nostri viaggi “autoorganizzati”, cosa che dà una componente di soddisfazione in più…..oltre ad una incredibile mole di lavoro preparatorio!
Oggi ripensiamo a quei luoghi con il dolore negli occhio, nel vederli teatro di una delle tante guerre che per vari motivi, la maggior parte dei quali economici, mettono l’uomo contro l’uomo….
Ecco cosa scrive Luigi della nostra avventura in Caucaso del 2004….buon viaggio!!

“Sul volo di ritorno dal Cile incontrammo un nostro amico trentino di Ziano di Fiemme che rientrava dalla Patagonia e durante il lungo volo transoceanico tra vari racconti uscì un'idea: salire e scendere con gli sci il Monte Elbrus. Perchè no...
L'Elbrus è un vulcano spento, ricoperto dai ghiacciai, situato nel Caucaso, che con i suoi 5.642 metri è considerata la cima più alta d' Europa. La preparazione del viaggio è iniziata con le inevitabili corse burocratiche per il visto e le scartoffie, fino ad arrivare finalmente il 3 maggio a Mosca. Un pernotto veloce (sveglia alle 4.30 del mattino) ed eccoci seduti su un Tupolev-137 dell'Aeroflot che, nonostante la nostra poca fiducia, ci deposita dopo 2 ore e mezza all'aeroporto di Mineralvody. Qui ad attenderci una selva di finti tassisti e scelto il più "affidabile" ci facciamo scarrozzare in circa 3 ore a Terksol, base di partenza delle nostre gite.
Il vitto e l'alloggio hanno bisogno di un periodo di rodaggio (pollo e lenticchie a colazione!!), comunque è regola adeguarsi alle usanze dei paesi in cui si è ospiti. La cima prescelta per il primo assaggio di Caucaso è Monte Cheghet, una cima di 3450 mt.; lo scenario è bello anche se parte della salita si svolge lungo gli impianti di risalita e fa un caldo estivo. Con gli sci raggiungiamo la vetta invernale, dove si gode un fantastico panorama del nostro obiettivo principale: l'Elbrus. E' incantevole e decidiamo di recarci subito l'indomani in perlustrazione. La discesa ci riserva non poche fatiche, perché a causa del caldo le condizioni della neve non sono delle migliori. Resta comunque una bella sciata, contornata dallo scenario stupendo delle vette della vicina Georgia.
La mattina seguente, con una prima teleferica, raggiungiamo quota 2.900 sulle pendici dell'Elbrus. Il tempo è bello; calzati gli sci e messo in spalla lo zaino, abbastanza pesante perchè portiamo i primi viveri e la tenda, cominciamo la salita verso la Stazione Mir (3.400 mt.) e successivamente ai famosi "Barrels" (bivacchi di metallo dalla forma cilindrica). La cima è sempre davanti a noi e la forma ricorda proprio il seno di una donna. Qui incontriamo il gestore (finalmente qualcuno che parla inglese) al quale chiediamo se è possibile restare qualche notte; dapprima si mostra dubbioso perchè non abbiamo una guida, ma poi (botta di culo) ci concede 3 notti. Sciamo fino a valle, seguendo una pista che sembra preparata per una gara di discesa su gobbe, ma soddisfatti per la "conquista" di due brande in un "barrel".
Risaliamo la mattina successiva e, sistemato il nostro materiale, decidiamo di salire ulteriormente per acclimatarci. Il tempo è però cambiato e la visibilità è ridotta a niente... raggiungiamo la soglia dei 4.500 metri. quando incontriamo una squadra di soccorso che ha appena recuperato una decina di persone e ci consiglia di scendere. Facciamo tesoro del consiglio e scendiamo ai barrels a riposare... Nella notte fa 30 cm di neve e il vento è forte, tanto che al mattino alcune tende che erano accampate poco distante, non sono più al loro posto..... Passiamo la giornata cazzeggiando, raccogliendo informazioni sulla salita (i russi dicono che dai "Barrels" occorrono mediamente 10 ore per la sola salita) e programmiamo l'assalto alla cima per il giorno successivo, domenica 9 maggio. Partenza prevista ore 2.30. Siamo noi due e Benedetto, uno svizzero conosciuto sul posto che ci ha chiesto di potersi unire a noi (lui è però senza sci).
Svegli ore 01.45. Sguardo fuori dalla porta: il tempo è incerto ma stranamente non c'è vento. Facciamo colazione e decidiamo di partire subito: ci aspettano 1.950 metri di dislivello. La salita non è su neve, ma su ghiaccio vivo a causa della bufera e del vento che aveva imperversato e così al rifugio Piutt11 già dobbiamo mettere i rampanti. Raggiungiamo all'alba le rocce Pasthunov e all'orizzonte si notano alcuni accumuli nuvolosi, ma niente di preoccupante, e soprattutto il vento continua a lasciarci in pace permettendoci di salire con costanza. Abbiamo davanti a noi due battistrada che sono partiti dal rifugio Priutt 11 e li raggiungiamo sulla sella tra la vetta ovest ed est a quota 5.300 metri alle 8.30. Prendiamo fiato e osserviamo l'ultimo pendio che sale al cratere sommitale: ghiaccio vivo. Breve consulto e decidiamo di affrontarlo sci in spalla con i ramponi. Il peso però rallenta ulteriormente il passo già influenzato dall'altitudine, ma mancano "solo" 300 metri alla vetta e l'adrenalina sovrasta la fatica. Arrivati sul pianoro sommitale cerchiamo con lo squardo la vetta: sull'ultima guglia in fondo si erge il cippo di vetta. E' praticamente fatta. Ivan mi precede di qualche centinaia di metri e sotto la cima si sbraccia per incitarmi a fare presto. Un ultimo sforzo... Alle ore 10.10 ci abbracciamo sul tetto del vecchio continente. Siamo solo noi tre ed è fantastico; scende un lieve nevischio, ma nessuno di noi se ne accorge, occupati nei complimenti e nelle foto di rito.
Verso le 10.30 iniziamo la discesa con gli sci. Sembra cemento tanto è dura la neve; si cerca di sciare o almeno l'idea sarebbe quella, ma le gambe rispondono quando vogliono. Dieci ore dopo la partenza alle 12.30 siamo di nuovo ai "Barrels", stanchi ma soddistatti. Ci spogliamo e finalmente sdraiati ripercorriamo la giornata e ripensando alla vetta l'emozione è ancora forte. Il tempo nel frattempo è di nuovo peggiorato e allora scrutiamo l'orizzonte per assicurarci che anche il nostro amico svizzero, che è senza sci, finisca le sue fatiche; non lo vediamo arrivare quando lui si presenta alla porta con tre birre per brindare al successo, alle quali noi uniamo del pane, formagggio, fichi secchi e cioccolato. Non è la miglior merenda a cui si possa aspirare, ma ha il sapore della vittoria.
La mattina seguente il tempo è ancora brutto e ci svegliamo con 20 cm. di neve fresca e così anche il giorno successivo che volevamo dedicare ad un'altra escursione. Ogni tanto qualche occhiata di sole passa dalle nuvole e ci lascia ammirare dei paesaggi stupendi soprattutto la sera al tramonto, ma ci rendiamo conto di avere avuto un buona dose di fortuna ad avere condizioni meteo discrete, infatti su 5 giorni passati sulla montagna 1 solo ci sono state le condizioni per salire e noi fortunatamente eravamo pronti.
Ormai la nostra vacanza volge al termine. Torniamo a Mosca dove ci aspettano emozioni non da meno, come La Piazza Rossa e il Cremlino e ci aspetta anche l'aereo per il ritorno in Italia e alla vita quotidiana.”


tutte le foto Elbrus 3-16 maggio 2004